Marzo 2020.

E’ iniziato un periodo di straordinarie misure restrittive che limitano e spesso impediscono ogni contatto umano per affrontare un nemico invisibile che silenziosamente entra nelle nostre case seminando turbamenti, angosce, alle volte morti. I bollettini di guerra che radio e TV snocciolano in continuazione cadenzano il ritmo delle giornate; per tutti la vita è cambiata, non scorre più il tempo come prima, scandito dagli incontri con il nostro mondo, piccolo o grande che sia. Il tempo è sospeso, è il tempo del coronavirus.

Le strade di paesi e città rimangono pressoché deserte, siamo circondati da un silenzio fuori di noi che, pur ricordando certe domeniche d’agosto, sentiamo oggi più palpabile, più vero, un silenzio che, se non viene intasato da angosce e ossessioni, ha in sé una preziosa risorsa: l’invito a creare uno spazio dentro di noi che aiuti a tollerare l’ignoto, quell’inesauribile Reale in cui sempre siamo gettati, senza fuggire il senso di precarietà e incertezza che questa attuale condizione pone come nostro comune divenire. E’ il silenzio della meditazione e della riflessione che, nella solitudine, può diventare autentica apertura all’altro, e che intravvediamo in quel senso di comunità, come da tempo non si viveva, cantata da balcone a balcone. Comunità che si manifesta in nuove iniziative di supporto, come quella che anche nella nostra associazione cerchiamo di proporre con un servizio gratuito di supporto a distanza di cui la sezione di Napoli si è fatta promotrice.

Il senso del disastro e del crollo, la paura per la nostra incolumità e per la fine del mondo conosciuto e prevedibile di pochi giorni prima, può diventare quel “cambiamento catastrofico” che favorisce anche un’evoluzione, la genesi di qualcosa di nuovo: il trasformarsi del tempo alienato del coronavirus nel tempo del nostro divenire.

Qualcosa di nuovo è anche questa pagina del sito aperta dalla nostra responsabile editoriale, Elisabetta Sansone, dal titolo “VIVERE la distanza UMANAMENTE vicini” , che raccoglierà i contributi di tutti coloro che vorranno testimoniare attraverso un loro scritto il proprio lavoro, i propri pensieri, le proprie esperienze, in questo particolare periodo.

Claudia Napolitani


 

08 Marzo, Claudia Napolitani

Carissimi, mi associo volentieri, rimandando a tutti, agli auguri ricevuti oggi da Maria Giovanna Campus via WhatsApp per la festa della donna: "Auguri a tutti affinché il femmineo che è in ognuno di noi si corrobori e riprenda forza e intensità (…)". Li ho graditi per il suo rifarsi a quella dimensione del femminile costitutivo di ogni essere umano, a quella capacità cioè di essere mondo e di toccare il mondo intuitivamente ed empaticamente, fondamento stesso della continuità che viviamo nel contatto con noi stessi e con gli altri.  

A un gruppo ristretto di soci che collaborano alla rivista, Paolo Tucci ha risposto agli auguri di Maria Giovanna scrivendo: "Proprio a partire da questo femminile potremmo condividere tra noi la Cura per questo particolare momento che stiamo attraversando. Non si tratta di arrivare ad un Giudizio Unico sul suo grado di gravità, anche perché nessuno può sapere come si aggraverà la situazione economica e sanitaria del nostro Paese. Si tratta di parlarne tra noi facendo di questa difficoltà un'occasione, senza perdere i contatti che ci legano e rispettando le indicazioni che ci giungono dal mondo scientifico".

La festa della donna quest’anno giunge proprio nel momento in cui in Italia abbiamo un’impennata del virus, e Paolo intreccia i due avvenimenti sollecitando l’avere Cura (come assunzione di responsabilità) di questo particolare momento emergenziale, non perdendo tra noi i contatti e il senso di continuità della nostra appartenenza Sgai, e promuovendo un confronto antropoanalitico (magari via mail) con nostre riflessioni su quanto va accadendo. Questo invito significa allora assumere l’evento “virus” non solo come l’accidente che ci fa sottostare a restrizioni (come mai abbiamo vissuto) delle nostre abitudini collettive e individuali, o come il nemico capace di buttarci nel panico senza più farci trovare la misura delle cose stesse. Significa invece provare a riflettere, a partire dalle proprie condizioni esistenziali che questa situazione-limite inevitabilmente determina, su ciò che minaccia la nostra normalità e su come sia possibile affrontare la situazione. Immediato è il rimando antropoanalitico alla gettatezza del nostro continuo divenire, ossia alla necessità di fare i conti con la precarietà e lo squilibrio delle infinite possibilità dentro/fuori di noi che comportano (se accolte) un’apertura delle nostre domestiche identità (rocciose). La possibilità cioè di convertire il male-ficio in un bene-ficio “alterificante”, l’occasione di cui parlava Paolo.

Oltre alle mail di Paolo e di Maria Giovanna, mi hanno colpito le mail (circolate nel gruppo editoriale) di Sergio Perri e di Luciano di Gregorio in cui vengono descritte le loro situazioni lavorative al tempo del corona virus. Mi sembra molto forte il desiderio di condividere queste esperienze tra noi, e penso possa essere un bene incrementare questo confronto tra tutti i soci, candidati, frequentatori. Sarebbe bello anche poter creare degli spazi virtuali dove incontrarci. Avete delle idee su come fare?

Temo che anche il nostro incontro di maggio sia a rischio, proveremo a risentirci tra un po’ per vedere come vanno le cose. Insomma, concludo augurando a tutti di riuscire ad affrontare questa strana esperienza che stiamo vivendo con animo il più “femmineo” possibile!

Un abbraccio collettivo,

Claudia

 

10 Marzo, Enrico De Tavonatti

Grazie Claudia per le tue parole che condivido di tutto cuore. Il posto dove vivo, Sarnico, Bergamo, era già stato colpito nel periodo natalizio da un fortissimo allarme per alcuni casi di meningite. La prima ragazza morta allora, di soli 22 anni, universitaria, lavorava nel bar sotto il mio ufficio. Era bellissima, di una bellezza che la morte, si pensa, non possa scalfire. La sua vita si è dissolta in poche ore dal pomeriggio alla notte. 

Oggi mi ritrovo a garantire un servizio pubblico che, per quanto umile, non può essere interrotto. I miei 300 spazzini operano all'interno delle prime aree di contagio e non possono permettersi l'opzione "State a casa". In questa condizione, mentre i nostri uffici si svuotano e gli spogliatoi e i bagni sono presidiati per garantirne un uso compatibile con le disposizioni mediche, si percepisce con tagliente precisione quanto sia illusorio chiudere la morte in luoghi che ne attenuino il significato filtrandola con il presidio dei camici bianchi. La morte è tra noi e non prevede nessuna giustizia, mai come in questo caso colpisce secondo una cabala così irrazionale da suscitare sgomento, eppure devo dire che le persone che mi circondano continuano fiduciosamente a fare il loro dovere e io vedo in questo non tanto l'abnegazione o la retorica dell'eroismo quanto l'ineluttabile potenza della vita che, più della morte non accetta confini e rispunta tra le nostre dita in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione: sta a noi saperla vedere.

Un forte abbraccio, a presto, Enrico.

 

10 Marzo, Maria Giovanna Campus

Cari tutti,

l’8 marzo mi sono svegliata con una sensazione profonda e dolorosa di vuoto e perdita: sapevo che non avrei ricevuto la telefonata squillante  e abituale di mia madre per gli auguri per la festa della donna. Proprio in un momento così difficile per il mondo intero io mi sentivo ancora più sola e indifesa contro il potente virus. Così senza sapere perché mi sono ritrovata a scrivere su WhatsApp poche parole sparse che ho inviato alle persone che mi stanno a cuore, tra le quali molti di voi! Con tremore li ho inviati! Sperando nell’accoglienza affettuosa... di chi li avrebbe ricevuti... ma temendo anche un rifiuto. Femminile/maschile potremo dire? Sono molto riconoscente della delicatezza di chi li ha ripresi... come quando siamo sollevati e confortati, nelle situazioni di pericolo, di sentire che dall’altra parte del telefono qualcuno ci risponde, c’è, sta bene.... per fortuna il virus malefico non lo ha colpito...almeno...non ancora. Davvero credo che dobbiamo sovvertire le nostre abitudini e la nostra identità professionale e, anche associativa. Dobbiamo restare uniti e parlarci... Resistere non è mai una questione di forza, ma di flessibilità e creatività....desiderio di vivere e incontrare l’Altro...una questione di cuore? 

Mi fa sperare nel futuro...

Non dobbiamo rimanere chiusi nei nostri pensieri visto che dobbiamo rimanere chiusi nelle nostre case. Dobbiamo ‘uscire fuori dalle nostre menti e dai nostri cuori’ per incontrarci con altre modalità, ma soprattutto davvero possiamo toglierci le nostre confortanti divise per infilare abiti scomodi e un po’ puzzolenti forse, per poter diventare ‘gli spazzini dell’anima’ e imparare, dai dipendenti di Enrico,  “l'ineluttabile potenza della vita che, più della morte non accetta confini e rispunta tra le nostre dita in qualsiasi momento e in qualsiasi condizione: sta a noi saperla vedere.” Dobbiamo riscoprire questa vita resa ancora più fragile ora. Così è la tenerezza e la tensione alla vita che ci fa fare battute affinché i ‘fratelli stiano allegri’ anche nei disastri affettivi come faceva Paolo da piccolo. Pur in questa apocalisse i fiori sbocciano....la vita sboccia , anche nel momento della morte... alleniamoci a vederla e raccontarcela tra noi....scriverci potrebbe essere un modo per ‘tenerci insieme e tenere insieme la vita’ proprio quando temiamo che ci potrebbe sfuggire... ci fa bene parlare tra noi di questa vita messa in pericolo quanto non mai accaduto prima...

Per condividere con tutti riporto quanto domenica mi ha ispirato:

"Auguri a tutti affinché il femmineo che è in ognuno di noi si corrobori e

riprenda 

forza e intensità.

Che la primavera pennelli 

 ammantando di vita 

alberi

ruscelli

i gialli narcisi 

e

le fresche pervinche ?"

Un abbraccio grande, 

Maria Giovanna 

 

10 Marzo, Fabio Ferraro

PAROLE DEL QUOTIDIANO

CONTAGIO

Ricevo il video di una ragazzina, una lontana parente, che insieme ad altri amichetti fa il karaoke nel salotto di casa, tutti ridenti e giocosi, come se il coronavirus che da tempo impazza ovunque fosse rimasto rispettoso ed educato sull’uscio di casa, semplicemente perché le disposizioni sanitarie dicono di stare sigillati e protetti tra le mura domestiche. Che sciocchi, mi dico. Poi quel frammento mi pare che dica altro: che stare insieme e cercare gli altri è altrettanto contagioso.

Vedo in televisione le immagini di persone che abbandonano precipitosamente Milano e si fiondano sui treni verso il Sud. Che stupidi, mi dico. Da qualunque punto di vista. Scappano verso luoghi e persone che ritengono siano sicuri, forse perché familiari. Pensano di salvarsi, di beffare la sorte. La paura li fa sentire soli, mentre stare stipati per ore nei corridoi, a scambiarsi timori, speranze e invettive con sconosciuti li fa sentire più tranquilli. Fuggono da un contagio reale, concreto e oggettivo, per scivolare dentro un altro contagio.

Ancora una scena. Mentre attraverso il giardinetto di una piazza milanese, poco dopo il coprifuoco delle diciotto, vedo tre adolescenti seduti su una panchina, uno di fianco all’altro, che parlottano sereni senza tenere conto dell’ossessivo suggerimento di mantenere un’adeguata distanza di sicurezza. Che superficiali, mi dico. Forse pensano che basti stare di fianco e non di fronte all’altro per scongiurare il contagio, e ancora una volta mi viene da pensare che è più forte la voglia di stare insieme.

Poi immagino altre scene, mai viste. Penso a quei luoghi dove la ragione regna sovrana perché il pericolo del contagio è lì, a portata di mano: penso ai sanitari e a tutti coloro che sono chiamati a prestare soccorso e accoglienza all’orda crescente di malati, e leggo dei tantissimi che mettono da parte la stanchezza, la rabbia e la paura in cui sono precipitati, per andare oltre la ragione e dare retta al proprio istinto, che li spinge all’ennesimo sacrificio di togliere la sofferenza o lo smarrimento dallo sguardo dell’altro. Che incoscienti, mi dico. Proprio loro che sanno tutto di contagi e di quanto ci si possa ammalare, soprattutto quando la dedizione si schianta sull’impotenza. Chissà, mi dico, forse è quando non ci facciamo contagiare dal nostro essere umani che il virus diventa mortale.

 

10 Marzo, Paolo Tucci Sorrentino

Cari colleghi, da più parti mi sembra emergere la volontà di riorganizzare i rapporti tra noi in un momento in cui molti dei nostri incontri dovranno essere annullati a causa dell'emergenza sanitaria. In uno scambio di mail all'interno della Redazione si è condivisa l'utilità di riprendere i contatti via mail e, specie in occasione della Festa della Donna, di valorizzare il femminile che è in noi, e tra noi. Queste riflessioni sono state riprese e sviluppate da Claudia Napolitani nella mail che ha inviato a tutti noi l'8 marzo.

Ciò che vorrei ora rilanciare è il suggerimento di Maria Giovanna di riprendere il saggio di Diego "Identità: una ossessione" che si trova su RIGA 1/2011. 

"Ci sono spunti- scrive Maria G - molto suggestivi a partire dal quadro Metabolismo. Vita e morte di Munch (pag. 37). C’è un passaggio repentino di Diego dove tratta dell’annichilinento identitario per passare poi al tema del riconoscimento/riconoscenza che non può non risuonare in ognuno di noi in questa emergenza. Restare in contatto tra noi per Riconoscerci ed essere riconoscenti della nostra eventuale possibile capacità di nutrire riflessioni e pensieri nuovi potrebbe essere un’occasione per tutti i soci." 

A questo voglio aggiungere che il tema dell'identità - e del suo riattraversamento - si intreccia con quello del linguaggio. e con le reazioni che stiamo vivendo intorno al rischio determinato dal Corona Virus. A me sembra che il linguaggio sia nelle sue forme (ad esempio: verbale, gestuale, per immagini, musicale, ecc.) sia nella sua relazionalità (cioè se avviene versus alienazione, versus conformità o versus alterificazione)  attiene alla comunicazione non solo tra individui - per cui io ora cerco di parlare con voi - ma, attraverso le conversioni ma non solo, riguarda uno scambio all'interno delle nostre gruppalità e delle forme della nostra esistenza.

Come ricorda Diego : "Contro ogni forma di disubbidienza alla propria normalità si erige dunque uno sbarramento giudiziale e passionale tale da ricondurre il soggetto nei confini mortificanti della propria normalità. Questo processo di ri-conversione (o contro-conversione) della propria identità è per lo più vissuto con una sofferenza tale da leggittimare l'uso del termine 'normo-patia' per indicare la condizione di impotenza del soggetto a realizzare la propria vocazione erotica nell'incontro con l'Altro" (pag. 34/35)

Queste parole possono farci riflettere sul senso da attribuire ai nostri stati d'animo, che è bene siano condivisi, che non rimangano all'interno di cerchie private. Che ci aiutino a riflettere su come si succedano momenti "giustificati" di paura o di preoccupazione ad altri in cui la voglia di mettersi al sicuro - con toni che sfiorano il panico - rischia di farci precipitare in una dimensione di sine-cura. 

Non è facile mantenere una propria "sobrietà" (non so come altro chiamarla) di fronte al tema. Talvolta mi sembra di esser preso da una contro-reazione che mi fa essere eccessivamente sereno come mi trovassi di fronte ad un genitore, padre o madre che sia - ma soprattutto padre -, preso dalla difficoltà ad assumersi le proprie responsabilità. Ricordo: mia madre che minaccia per l'ennesima volta di farci fuori o di gettarsi dalla finestra ed io che faccio batture per tenere allegri i miei fratelli.

Pensare, scriverci ci può far condividere l'inter-esse per noi stessi, per il nostro lavoro, per gli affetti più cari e per la SGAI. Inoltre il tema del linguaggio, sviluppato nei suoi rimandi al tema dell'identità, potrebbe suggerirci la modalità per chiedere una testimonianza scritta a Francesco Remotti che si è a lungo, affettuosamente e intensamente, confrontato con Diego sul tema e che credo oggi sia spinto a riprenderlo dagli ultimi avvenimenti.

Buone cose a tutti, Paolo

 

10 Marzo, Claudia Napolitani 

Non si può che constatare la grande voglia, da parte di molti, di sconfiggere il comune senso di isolamento dato dalle inevitabili norme restrittive, facendosi vivi gli uni con gli altri, provando a raccontare le proprie esperienze, i propri vissuti che vanno dal senso di morte a quella potenza di vita di cui parla Enrico, che comunque spunta e che, come un trapano, buca quella bolla di sospensione temporale in cui ci ritroviamo gettati. E forte è anche l'invito da parte di alcuni di provare a utilizzare le nostre bussole teoriche, il pensiero antropoanalitico, filosofico, antropologico ecc. come importanti aiuti per promuovere un pensiero su quanto accade sollevando lo sguardo dal dato biografico delle storie individuali. Non facciamo così anche nel nostro lavoro con i pazienti? Non ho infatti avvertito questi ultimi interventi come intellettualizzazioni un "pò fighette" fatte per evitare il confronto con ciò che si impone come il perturbante per eccellenza di questo nostro momento storico. Sicuramente si può parlare di perturbante perchè ci ritroviamo tutti, nessuno escluso, a rispondere  a una presenza estranea e non familiare, quell'allarme che, pur essendo infinitamente meno grave di quello dei cambiamenti climatici, è ben più coinvolgente per i suoi effetti, se non altro per il repentino cambiamento delle nostre abitudini. 

Penso sia importante dare voce a tutti, e dare così l'avvio a una circolarità (ermeneutica) dove il vissuto si intreccia a una riflessione teorica per riuscire a navigare tra le comuni sponde della paura/panico e dell'eccessiva sdrammatizzazione.

Ricevo ora da Paolo le parole scritte da Fabio Ferraro, che mi hanno molto colpito. Condivido in pieno: è quando non ci facciamo contagiare dal nostro essere umani che il virus diventa mortale!

Un caro saluto a tutti

Claudia

 

14 Marzo, M. Giovanna Campus

Cari tutti, due bambini miei vicini di casa, hanno dipinto anche per me un piccolo telo bianco con l’arcobaleno e la scritta ‘Andrà tutto bene’....mi colpisce che ne scriva anche Di Petta nel bellissimo articolo che vi incollo qui di seguito: http://www.psychiatryonline.it/node/8479 .

Mi viene da ricordare il significato biblico dell’arcobaleno come simbolo dell’alleanza, parola molto importante proprio ora che dobbiamo stare distanti fisicamente. 

Un abbraccio a tutti

Maria Giovanna 

 

14 Marzo, Anna Maria Alfè

Noi della Sezione napoletana Sgai abbiamo deciso di mettere in campo questa iniziativa, nell'ottica della solidarietà.

La S.G.A.I sezione napoletana, lavorando per il benessere psicologico individuale e collettivo, in questa delicata situazione segnata dall'emergenza Coronavirus, ritiene utile, solidale e doveroso offrire un servizio di supporto psicologico a distanza gratuito, attraverso videochiamate o telefonate. Il servizio di supporto è rivolto a tutti coloro che hanno difficoltà a gestire dubbi, timori e paure che possono insorgere in questa difficile situazione, che ci vede impegnati ad ottemperare alle regole di restrizione, alle quali necessariamente dobbiamo attenerci. 

Il servizio gratuito è istituito con lo scopo di dare una risposta tempestiva a chi non sa come gestire preoccupazione e ansia legata all'epidemia e alla condizione di restrizione. L’obiettivo è prevenire o impedire la comparsa o la cronicizzazione di disagi psicologici che potrebbero emergere in vista di eventi traumatici, dando sollievo a chi ha necessità di confronto. Allo stesso tempo si vuole offrire un contributo specialistico a tutti coloro che sono impegnati in prima linea per dare, attraverso la propria attività professionale, risposte concrete di cura e tutela alla popolazione, in particolare al personale sanitario e alle forze dell'ordine.

È possibile rivolgersi al servizio di supporto psicologico gratuito inviando una mail a sgainapoli@gmail.com richiedendo la prenotazione al colloquio.

Un abbraccio affettuoso,

Anna Maria

 

15 Marzo, Paolo Tucci Sorrentino

Discutiamo delle persone che abbiamo a cuore, degli amici. E fra questi, per me, vi è Gilberto Di Petta di cui compare, in questo giro di mail, una breve riflessione ai tempi del Corona Virus. Ho sempre apprezzato di Gilberto il coraggio e la passione con cui affronta i rischi del suo lavoro, nonché la capacità di esserci nelle storie cliniche raccontate – l’ultima da me letta riguarda il caso di Leila, che vi consiglio – il voler sapere meglio, e di più, del suo mondo e dei suoi pazienti. Mi sembra che la sua testimonianza circa i rischi che corre – e quelli, come me, che operano prevalentemente in ambito privato, sono ben lungi dal vivere – possa calarci meglio nel tempo presente. 

Gilberto non è del tutto nuovo alle difficoltà che racconta e che, in un modo o in un altro, ha sempre affrontato; difficoltà che hanno affrontato anche molti di noi, perché quelle che chiamiamo ‘alterificazioni’ ci fanno confrontare con la perdita. Di cosa, lo sapremo soltanto alla fine. Mentre possiamo prevedere che le nostre identità offriranno una strenua resistenza.

Gilberto coglie nel segno quando scrive che “l’emergenza COVID-19 (…) priva l’essere umano di ciò che esso ha di più essenziale: il contatto interumano”. E’ verissimo, questo sembra il maggior onere da sopportare in questi frangenti. Ma il contatto interumano è essenziale affinché l’uomo abbia cura di sé, in quanto può consentirgli il confronto con l’Altro. Il contatto interumano può aiutare gli uomini nella misura i cui non si risolva in forme che non hanno nulla a che fare con la trascendenza: basti pensare agli stadi o alle varie forme di movida; il contatto inter umano è qualcosa che si conquista, è occasione ed evento; il contatto interumano non si risolve in forme predefinite. Non credo a sostanze o a strutture e preferisco riflettere sul procedere dell’uomo, sulla sua storia, su come la conoscenza estenda il territorio del non conosciuto, sul non sapere di non sapere. In questo senso l’esistenza, ovvero l'occasione che la rende possibile, il momento in cui l’esistenza nasce, è un venir fuori secondo modalità sempre imprevedibili ed inattese. 

Vi sono, quindi, le parole ed i linguaggi. Ciascuno di noi ha la sua storia, individuale e collettiva, per cui attribuisce alle parole e alle espressioni che le mettono insieme significati che non sono del tutto coincidenti con quello loro attribuito da altri la cui storia si discosti di poco o di molto. Io, personalmente, non credo che vi sia alcuna struttura perché “tutto è divenuto e non ci sono fatti eterni”, come scriveva Nietzsche e come hanno ripetuto in molti. La struttura, io credo, è possibile trovarla come del tutto transitoria in ciò che è già stato e in ciò che si crede sarà sempre. Ma non c'è nulla per sempre se non, forse, la morte dell'uomo.

Per cui, nel mio linguaggio, non affermerei nulla - come propone Gilberto - circa la "struttura nuda dell'esistenza"  perché, sempre nel mio linguaggio o in quello dei pensatori che mi sono più vicini, "il filosofare storico è d'ora in poi necessario. E con esso la virtù della modestia". Da qui l'invito a tutti, me compreso, a non eccedere in convinzioni. Ma perché tutto questo? Perché abbiamo a che fare con un virus pressoché sconosciuto, di cui non possiamo prevedere gli sviluppi o valutarne l'aggressività, siamo in una condizione che tende a generare non paura ma panico, e con il panico il rischio di negare il pericolo o di restarne preda, rappresentandoci come vittime e/o eroi.

Buon lavoro, Paolo

 

16 Marzo, Sergio Perri

Cari tutti, certamente questa situazione ci richiama, sul fronte interno della Sgai, al rinnovo di una mente e di una riflessione comune sul nostro "fare" clinico. Dall'altro, c'è un esterno in emergenza che avrebbe bisogno in questo momento anche del nostro aiuto. A pensarci bene, anche noi avremmo bisogno di loro, per contattatare nel vivo quell'esterno, appunto, che tante volte abbiamo richiamato per uscire dalle nostre crisi istituzionali, senza mai riuscire in fondo ad afferrarlo e fermarlo. Io credo che questa sia una opportunità straordinaria, pur se tragica, di diventare una istituzione più vera. Propongo che l'iniziativa degli amici di Napoli venga adottata ed estesa a tutte le altre sezioni, seguendone un modello operativo che immagino sia in corso, per attuare una sorta di numero verde al quale noi professionisti della sgai, dislocati peraltro su tutto il territorio nazionale, possiamo rispondere a chi necessita di essere rassicurato. Logisticamente non so come si possa fare e non riuscirei ad occuparmene: in questo momento intravedo solo la preziosità, nell'emergenza, di una esperienza di questo genere per sentirci rivitalizzati nel nostro pensiero e raggiungere nuovamente quella necessità di sè di cui Di Petta parla nel suo articolo eccezionale.

Un caro saluto a tutti, Sergio

 

16 Marzo, Claudia Napolitani

Anche se relegati a casa, senza possibilità di incontrare il nostro solito mondo, si vanno intensificando come non mai i contatti tra noi in un continuo dischiudersi di riflessioni e iniziative progettuali. Essere resilienti in questo momento significa proprio la capacità di non rimanere schiacciati in uno stato di sopravvivenza, delineato da angosce interne e restrizioni esterne, ma riuscire a ex-sistere nonostante l'incertezza sulla durata temporale di questo stato di crisi che ci vede tutti coinvolti. Come sappiamo la parola crisi deriva dal greco krino che significa separare, giudicare, valutare. Quindi è proprio dalla crisi, inevitabilmente vissuta nel disagio, che può nascere quel giudizio riflessivo necessario ad una trasformazione del nostro abituale (e a volte normopatico) procedere attraverso un potenziamento delle nostre risorse. Forse non è un caso che proprio ora fioriscono molte proposte, come quelle editoriali o quelle della sezione di Napoli che hanno trovato un immediato rilancio nelle proposte di Laura e di Marina. Come muoverci a livello nazionale su questo fronte dell'emergenza potrebbe essere valutato da tutti tramite scambio di mail, tenendo presente l'iniziativa già promossa a Napoli.

Un caro saluto a tutti!

Claudia

 

Scritto martedì 17 marzo 2020 alle 4 del mattino, Fabio Ferraro

Sul ciglio

C’è il sole. Fa caldo. Si sta bene*.

Le tue parole di pietra mi accompagnano mentre cammino sul ciglio, e corro.

Corro il rischio di scivolare, o dal lato opposto di cadere in quella bocca chiusa e immobile, che sembra eterna e che a volte sbuffa un alito di veleno**.

L’ho respirato, poco, da lontano, qualche volta. Sono sopravvissuto.

In quella bocca tappata si cela il furore della natura.

Ci scorgo i miei sentimenti, le mie passioni trattenute, il mio vivere sul ciglio, privo di argine, sempre sull’orlo.

Qualcuno cade, stremato, stordito, distante.

Qualcuno che poco prima mi guardava, mi parlava, piangeva.

Cammino sul ciglio, sull’orlo di quella bocca che quando esploderà farà di me cenere.

Nulla di più di un leggero disturbo.

Mi placa il pensiero che quella bava irosa diventerà terra fertile per fiori meravigliosi.

 

Sono le ultime parole di Cosimo, poi scritte sulla sua lapide.

** Lo spunto nasce dai ricordi di una escursione su Vulcano, agosto 1980

 

20 Marzo, Tiziana Raia

Quanto fin qui scritto ultimamente mi ha permesso di iniziare a prendere contatto con ciò che sto vivendo.

Mi sono lanciata aderendo subito alle proposte operative di fare gruppi di lavoro a tema, sostenendo quel movimento programmatico e di spinta a guardare avanti che, comunque, ritengo importante.... poi quanto scritto da Irene, circa il desiderio del gruppo di ricerca e la difficoltà di fare pensiero, ha aperto un altro piccolo varco dentro di me..... riflessivamente... e mi sono ritrovata a guardare a ciò che sta accadendo dentro e fuori di me.... alle persone che seguivo prima nella stanza d'analisi e adesso con incontri virtuali, ma che consentono, comunque, di non sentirsi abbandonati, in balia degli eventi, senza pensiero...alla vita cambiata... e sento la mia ambivalenza: se da una parte sostengo il movimento operativo dall'altra mi interrogo di che progettualità stiamo parlando se, nel frattempo, non possiamo confrontarci anche, su ciò che sta accadendo che inevitabilmente ci cambia, ci trasforma... ci lascia il segno. L'istituto di formazione, i criteri per docenti e supervisori, ecc. al momento mi sembrano temi lontani, non so come e quando sarà la ripresa (che ci sarà), non so quale impatto economico potrà avere su tutti noi e sulla gente intorno a noi... e allora mi chiedo se non possiamo cominciare dal prenderci cura di come stiamo, cosa attraversiamo, tra turbamenti e speranze, tra aggiornamenti di ordinanze e decreti, tra preoccupazioni, forse, per le persone a noi care e questo nuovo tempo che, per certi versi, e con tutti i limiti che impone, mi sta facendo anche riscoprire nuove dimensioni e ritmi di vita.

Vorrei anche che non dimenticassimo quanto accaduto negli ultimi nostri incontri, gruppo di ricerca incluso, in cui un malessere vago, sotterraneo ( a mio avviso) finalmente era emerso, aveva preso parola e avevamo iniziato a farcene carico. Con tutta la portata del possibile cambiamento che questo sta e può comportare tra noi, nei nostri ruoli, nel nostro procedere.

Così adesso, in questo tempo particolare, possiamo aprirci ad un confronto? come stiamo? cosa ci accade? com'é nelle nostre case e con i pazienti? 

Io vi dico di me, del mio oscillare tra la tensione a tenere il timone fortemente per attraversare, occhio attento e sguardo sereno, la tempesta in corso (che forse diminuirà velocemente o forse durerà ancora un po'... non saprei... ) ed il desiderio di riflessione. Alla mancanza forte delle escursioni in montagna, dei lavori in campagna, degli abbracci fisici degli amici, degli sguardi vicini, del bacetto della buona notte a mia figlia (sì a 21 anni, ce lo diamo... o meglio davamo ancora) alla possibilità di un tempo altro, seppur sospeso, in cui dare senso a quello che ho intorno.

Sto leggendo Murakami un testo (nuovo per me come genere) prestatomi da mio figlio (questi figli che mi tirano verso l'aperto e lo straniero!), sto facendo yoga, mi alleno con mia figlia on line... lavoro da casa (cosa inedita e non pratica)..... mi avvilisco con il computer ecc.

Mentre vi scrivo sento fuori il vociare delle signore in balcone..... un'ambulanza che passa, poi il silenzio della strada; la mattina presto nel silenzio della città gli uccellini che cinguettano come sempre (solo che non si sentivano).

Mio figlio da ieri è in quarantena (non ci incontriamo da metà febbraio, quando ha deciso che lavorando in ambulanza era meglio non frequentarsi più). Proprio sull'ambulanza dove lui prestava servizio, uno è risultato positivo e ieri è scattato il protocollo. E' in campagna dei nonni, ha fatto il primo tampone, lì non c'è nessuno e velocemente ci siamo rioganizzati. Oggi gli porterò qualcosa tra spesa e stufetta, ho già l'ordine di restare fuori dal cancello e da lì dovrei vederlo...eppure ci abbiamo scherzato su. Gli ho chiesto come fosse l'albergo, mi ha risposto "Buono, peccato che non c'è il servizio in camera"...

Giorno 16 u.s. compleanno di mia figlia. Io e lei.... niente parenti, niente fidanzato... niente nonni. Eppure al mattino le ho fatto trovare tutto il saloncino pieno di festoni e palloncini (so che li avrebbe voluti) le ho preparato i muffin veg e i cannelloni veg.... e la sera a sorpresa (tra miei mille imbranamenti) video chiamata a tutti e tortina a sorpresa con tanto di "Tanti auguri a te" videotelefonici.... e apertura regalini... insomma Eliana felice ed incredula, io (sudata) e felice con lei....

Che dirvi? scusate lo sproloquio.... ma ne avevo bisogno.... di condividere con voi... di sentire che ci siamo (e ci siamo!!) che posso permettermi di essere nel ruolo, ma anche Tiziana, fragile, perplessa... autentica...

Grazie, un abbraccio virtuale, ma vero

Tiziana

 

20 Marzo, Davide Torres

Ciao a tutti,

avevo aperto la mail per rispondere ad Elisabetta e ho trovato la mail di Tiziana che mi ha commosso. Tiziana, tu ti scusi per lo sproloquio ma mi viene da ringraziarti. Sono giorni difficili anche per me, in cui faccio i conti con le tante limitazioni, un futuro ancora meno chiaro del solito e la voglia di trovare dei modi per resistere. Io non so quale sia la risposta alle tue perplessità rispetto al nostro tentativo di procedere in qualche modo a progettare e lavorare seppur a distanza. Stavo per scrivere che il primo weekend di aprile sarò sicuramente impegnato a distanza con la scuola di Roma, ancora non so bene con che programma. Mi piacerebbe aderire al gruppo che Elisabetta proponeva per giorno 27 e spererei che nello stesso weekend si potesse fare anche l'altro gruppo, magari in un altro momento, per evitare quelle 4 ore di fila sullo schermo.

A che pro? Con quali possibilità? Ne siamo capaci?

Non so se la mia risposta è troppo banale ma mi viene da dire che ho bisogno di attaccarmi alla vita il più possibile e che stare in contatto con voi. Credo che senza provare a guardare verso un orizzonte non posso muovere nemmeno un passo. Devo ricordarmi che tutto questo è transitorio. Devo fare cose che mi servano a ripartire più facilmente quando potremo riprendere una vita più libera.

Siamo in grado di ritrovarci insieme nonostante tutto ciò che di sospeso era rimasto? Ancora una volta non lo so. Però ci vorrei provare.

Per quanto mi riguarda quindi confermo la mia adesione per il prossimo weekend e spero che si possa fare anche l'altro collegamento. Altrimenti confido nella fortuna che gli appuntamenti di scuola non coincidano con i nostri.

Questo spazio via mail è stato allargato, grazie a Tiziana. Mi sembra importante. Non riesco a raccontarmi allo stesso modo per il momento. Però adesso mi accorgo che abbiamo anche questa possibilità.

Vi abbraccio tutti, di nuovo commosso.

Davide

 

20 Marzo, Ilenia La Ciura

Ciao a tutti!!

È finalmente arrivato anche per me, grazie alla mail di Tiziana di iniziare a ri-scrivermi.

Si proprio riiscrivere qualcosa che avevo iniziato tanto tempo fa sul mondo Sgai, sulla scuola, e sul mio nuovo mondo che si era appena abituato all’idea di dipendere totalmente (e felicemente), da mio figlio ed ero quasi pronta a riprendere in mano la mia “vecchia vita” e poi.... improvvisamente sento esplodere il PUUUM mondiale, costretta a restare nuovamente chiusa a casa e per di più sola. 

Il mio compagno, lavorando in caserma (esercito) in questo momento è ancora più impegnato e il mio pensiero oggi va a lui e tutte le persone che ogni giorno rischiano la propria vita, purtroppo non riesco a concentrarmi su altro.

Nel frattempo il tempo scorre e le giornate sembrano o forse lo sono sempre le stesse, ma ho voglia di ripartire altri-menti resto chiusa a casa senza nuovi progetti. Quindi, sono disposta a rimettermi in gioco ....e in questo chiedo il vostro aiuto e supporto, e quindi “titolare permettendo” e speriamo che la mia mente non oscilli continuamente tra la paura del nuovo e la paralisi, io Vi Ri-abbraccio!

Ilenia

 

20 Marzo, Alessia Riolo

Ripensavo al seminario di Francesca De Simone su Cassirer, e all’orizzonte, di cui parla anche Davide, perché mi tornavano in mente le parole «abbiamo bisogno di orizzonte». Mi sembra questo il motore che spinge a progettare in un momento in cui l’incertezza porta con se’ anche la possibilità di nuovi riconcepimenti. Alla ricerca curiosa di qualcosa in più di Levìnas sono inciampata nella frase

«La morte dell'altro uomo mi chiama in causa e mi mette in questione, come se io diventassi, per la mia eventuale indifferenza, il complice di questa morte, invisibile all'altro che vi si espone; e come se, ancora prima di esserle io stesso destinato, avessi da rispondere di questa morte dell'altro: come se dovessi non lasciarlo solo nella sua solitudine mortale» (E. Lévinas-A. Peperzak, Etica come filosofia prima)

E in effetti, c’è qualcosa oltre al bisogno di orizzonte che mi muove in questo momento di apparente immobilità, il desiderio di creare valore, di portare il mio contributo, così come ci ricordava il video inviato da Mariagrazia, che poi è lo stesso desiderio che anima chi ha la visione della scuola, il desiderio di contagiare col pensiero antropoanalitico. Non che io non sia preoccupata, dovevo essere sottoposta a un intervento la scorsa settimana e il giorno prima il chirurgo, spaventato, mi ha consigliato di non presentarmi. La mia attività lavorativa è ferma e sono completamente sola a casa, ma mi é bastato alzare il telefono, chiamare Emanuela e lasciarmi contagiare, (contattata,  cum tagere, sentirmi toccata dall’essere con lei ) dal suo entusiasmo.

Credo infine che la necessità di avvalerci del mezzo digitale possa diventare  un’occasione per sperimentarsi tutti in nuovi linguaggi ... qualsiasi sia il gruppo su cui decideremo di incontrarci, non vedo l’ora di rivedervi.

Alessia 

 

20 Marzo, Emanuela Coppola

Nel balcone del mio studio ho due piccole fioriere di gerani bianchi, sapete di quelli che si appendono alla ringhiera, ecco quelli lì. Essendo essenzialmente uno dei pochi affacci sul mondo in questo momento, di tanto in tanto li guardo; seduta alla scrivania con il pc difronte, stacco lo sguardo dallo schermo, mi volto verso la portafinestra e li guardo. Prima tenevo la tenda chiusa per rispettare la privacy dei pazienti ma ormai posso essere vista solo io quindi è quasi sempre aperta. I gerani, sempre lì, ricambiano il mio sguardo. A un certo punto mi sono accorta che li guardavo con un'intensità sconosciuta, con sorpresa e stupore perché...semplicemente stavano rifiorendo. Che prodigio! Non li innaffio da un po' eppure crescono: ci sono nuovi boccioli e gli steli si sono allungati, svettano allegri e noncuranti del silenzio che avvolge il quartiere ormai da giorni. Certo loro hanno anche la costante vista del mare a rinfrancarli dal silenzio mentre io per vederlo mi devo affacciare di proposito (che sforzo eh!?) e anche questo mi ritrovo a farlo con più frequenza e con un'emozione rinnovata. Mi sento fortunata per i gerani e per il mare; anche lui che fedele sta sempre lì capace però ogni giorno di sorprendermi con nuove sfumature di azzurro, increspature irregolari, colonie di gabbiani in fila indiana, riflessi argentei quando il vento cala e apre il sipario sullo spettacolo dello specchio d'acqua. Dove voglio arrivare? Non lo so, da nessuna parte credo. Però le mail che hanno iniziato a girare, a partire da quella di Tiziana mi hanno spinto a raccontarvi del mio balcone perché la vita che continua e che “cambia continuando” mi è parsa una bella metafora per rappresentare quello che sta accadendo anche nel nostro gruppo. Le ultime mail hanno assunto un tono da gruppo di ricerca o da qualcosa che ci somiglia: un “non gruppo di ricerca” come il “buon non compleanno” cantato dal cappellaio matto nel paese delle meraviglie. Nel ribaltamento della realtà da sempre conosciuta ciò che è ordinario diventa straordinario. Si era pensato di iniziare creando degli spazi tematici appositi, nell’indecisione di come procedere se usare la mail o Skype, intanto lo scambio via mail è continuato intrecciando (come si vede nell'ultima bellissima mail di Alessia) teoria e vissuto, progetto scuola e l’emozione di Tiziana di vedere suo figlio dal cancello, le perplessità sulle risorse e la voglia di ripartire di Ilenia, gli orizzonti di Davide e l’entusiasmo ritrovato di Alessia, l’appuntamento di venerdì prossimo proposto da Elisabetta. Tutti aspetti non scorporabili del nostro procedere. La teoria si incarna nell'esperienza che stiamo facendo e contemporaneamente ci consente di dare parola a ciò che stiamo attraversando. Una cosa è certa ci vogliamo incontrare e continuare a dialogare...e nel frattempo il nostro dialogare cambia e ci cambia.

Emanuela

 

23 Marzo, Paolo Tucci Sorrentino

La mancanza di vicinanza fisica crea uno strano malessere. Anche quando le sedute on-line si concludono in maniera soddisfacente emerge, a fine giornata, un glaciale senso di isolamento, un insolito smarrimento specie in quelli che, come me, sono single. In questo contesto mi è tornato alla mente, mentre ero collegato per un incontro di intervisione con Patrizia Mascolo e Fabio Ferraro, un breve racconto di Franz Kafka che, da sempre, mi richiama il bisogno di essere prossimi per poter ex-sistere. Lo ricordo anche a voi.

Di Notte [1920]

Sprofondato nella notte. Essere sprofondato nella notte come talvolta si abbassa la testa per riflettere. Gli uomini intorno dormono. Una piccola commedia, un’innocente illusione che dormano nelle case, nei letti solidi, sotto un tetto solido, stesi o rannicchiati su materassi entro lenzuola, sotto coperte; in realtà si sono trovati insieme, come a suo tempo e come più tardi in una regione deserta, accampati all’aperto, un numero incalcolabile di uomini, un esercito, un popolo sulla terra fredda, sotto un cielo freddo, coricati dove prima erano in piedi, la fronte contro il braccio, il viso contro il suolo, col respiro calmo.

E tu sei sveglio, sei uno dei custodi, trovi il prossimo agitando il legno acceso nel mucchio di stipe accanto a te. Perché vegli? Uno deve vegliare, dicono. Uno deve essere presente.

CONTINUA: http://www.sgai.it/pagina/107/243/covid-19-vivere-la-distanza-umanamente-vicini-2